Antonella Cortese: «La violenza non comincia con l’omicidio, ma molto prima»

Antonella Cortese, psicologa e criminologa del SINAFI, parla di salute mentale, prevenzione e benessere degli operatori delle Forze Armate e delle Forze di Polizia.

Dopo tre femminicidi in due giorni, la psicologa e criminologa Antonella Cortese invita a cambiare prospettiva: per contrastare la violenza contro le donne bisogna imparare a riconoscere controllo, possesso, minacce e isolamento prima che diventino irreversibili.

Tre femminicidi in due giorni. Tre donne uccise e tre storie che riportano drammaticamente al centro una questione che non può essere affrontata soltanto attraverso la cronaca dell’ultimo atto.

Dietro un omicidio, infatti, può esistere una storia molto più lunga, fatta di segnali, comportamenti e dinamiche relazionali che spesso vengono sottovalutati fino a quando la situazione non diventa irreversibile.

È questo il punto di partenza della riflessione di Antonella Cortese, psicologa, criminologa e scrittrice, che interviene sulla drammatica sequenza di femminicidi registrata in due giorni e richiama l’urgenza di una prevenzione capace di riconoscere la violenza prima che esploda nella sua forma più estrema.

Tre donne uccise e una domanda che non può essere rimandata

A Colleferro una donna è stata accoltellata mortalmente dopo una lite e il marito è stato fermato. Tania Terrini è stata uccisa dall’ex compagno dopo una storia segnata, secondo quanto riportato, da violenze, denunce e minacce.

A Cosenza, invece, una donna è stata picchiata a morte e abbandonata davanti all’ospedale, con il compagno fermato.

Tre episodi che hanno caratteristiche differenti, ma che riportano inevitabilmente alla necessità di comprendere ciò che può accadere prima della tragedia.

Per Antonella Cortese, infatti, la domanda non deve essere soltanto chi ha commesso l’omicidio e cosa è accaduto nell’ultimo momento, ma anche quali dinamiche abbiano eventualmente preceduto quell’aggressione.

«La violenza raramente nasce dal nulla».

È da questa consapevolezza che deve partire una nuova cultura della prevenzione.

Controllo, isolamento e possesso: i segnali da non normalizzare

La violenza può assumere forme diverse e non sempre si manifesta immediatamente attraverso un’aggressione fisica.

Prima possono comparire controllo, isolamento, svalutazione, minacce, gelosia patologica e possesso.

Comportamenti che possono essere minimizzati oppure interpretati attraverso una narrazione sentimentale: «lo fa perché mi ama», «è geloso perché ci tiene», «vuole sapere dove sono perché si preoccupa per me».

Ma il confine tra attenzione e controllo è fondamentale.

Quando una persona pretende di stabilire con chi l’altra possa parlare, dove possa andare, come debba vestirsi o con chi possa trascorrere il proprio tempo, non siamo di fronte a una semplice dimostrazione d’affetto.

Il controllo limita l’autonomia.

Il possesso nega la libertà.

La minaccia produce paura.

E una relazione nella quale la paura diventa una presenza quotidiana non può essere considerata una relazione sana.

«Una minaccia non è una prova d’amore»

Il messaggio di Antonella Cortese è diretto e riguarda soprattutto la capacità di riconoscere tempestivamente le dinamiche pericolose.

«Dobbiamo imparare a riconoscere la violenza quando è ancora possibile intervenire. Non possiamo aspettare che una donna venga uccisa per comprendere che quella relazione era diventata pericolosa».

Una minaccia non è una prova d’amore.

Il controllo non è protezione.

La gelosia non dà a nessuno il diritto di limitare la libertà dell’altro.

E quando una donna comincia ad avere paura della persona che dovrebbe farla sentire al sicuro, è necessario avere il coraggio di riconoscere quella realtà.

La prevenzione passa anche da questa capacità di nominare i comportamenti senza giustificarli.

“Quando l’amore uccide”, un percorso rivolto soprattutto ai giovani

Quella della prevenzione della violenza nelle relazioni è una tematica che Antonella Cortese affronta da anni anche attraverso la sua attività di psicologa, criminologa e scrittrice.

Un percorso nel quale si inserisce anche il volume “Quando l’amore uccide”, presentato alla Camera dei Deputati e portato all’interno di percorsi di sensibilizzazione nelle scuole.

Il libro nasce anche dalla volontà di parlare alle nuove generazioni.

«Con Quando l’amore uccide – spiega Cortese – ho voluto parlare soprattutto ai giovani, perché la prevenzione deve cominciare prima che la violenza diventi una tragedia».

La prevenzione, dunque, non può essere soltanto una risposta successiva alla violenza.

Deve essere educazione.

Deve essere consapevolezza.

Deve essere capacità di riconoscere ciò che in una relazione non è normale e non deve essere accettato.

Educare all’amore significa educare alla libertà

Secondo Antonella Cortese, parlare di prevenzione significa necessariamente parlare anche di educazione alle relazioni.

Amare non significa possedere.

La libertà dell’altra persona non è una concessione.

Una relazione sana non deve generare paura.

Sono principi che devono diventare parte di un percorso educativo capace di coinvolgere soprattutto i giovani.

Educare alle relazioni significa infatti educare al rispetto, al consenso, all’autonomia e alla capacità di riconoscere i primi segnali di una dinamica abusante.

Non basta dire ai ragazzi che la violenza è sbagliata. È necessario fornire loro gli strumenti per riconoscere le forme attraverso cui può iniziare.

Perché una cultura della prevenzione nasce anche dalla capacità di distinguere un rapporto equilibrato da una relazione fondata sul controllo.

La parola «lite» non può cancellare la violenza

Un altro elemento centrale della riflessione di Cortese riguarda il linguaggio.

Quando si racconta una donna uccisa dopo una storia caratterizzata da controllo e violenza, fermarsi alla definizione di «lite» può significare non raccontare l’intera realtà.

«Una lite può essere un conflitto. La violenza è un’altra cosa».

La distinzione è fondamentale.

Il conflitto presuppone una situazione nella quale due persone possono confrontarsi, anche duramente. La sopraffazione, invece, implica un rapporto di potere nel quale una persona esercita controllo sull’altra.

Per questo occorre imparare a distinguere il conflitto dalla sopraffazione, la gelosia dal possesso e l’amore dal controllo.

Anche il linguaggio, quindi, può diventare uno strumento di prevenzione quando permette di riconoscere correttamente le dinamiche.

Femminicidio: dare un nome significa rendere visibile il fenomeno

La riflessione di Antonella Cortese riguarda anche il dibattito sul termine «femminicidio».

Sostenere che il femminicidio non esiste, osserva Cortese, significa rinunciare a leggere una parte della realtà.

Dare un nome a un fenomeno non significa creare un problema.

Significa renderlo riconoscibile.

E ciò che viene riconosciuto può essere affrontato e prevenuto.

Il termine femminicidio permette quindi di spostare l’attenzione dalla sola morte della donna alle dinamiche che possono avere caratterizzato la relazione e preceduto l’omicidio.

Potere, possesso e sopraffazione diventano elementi da analizzare per comprendere la genesi della violenza e costruire strumenti di prevenzione più efficaci.

La domanda finale: quali segnali non abbiamo visto?

Tre femminicidi in due giorni non possono trasformarsi soltanto in tre notizie di cronaca.

Sono tre vite spezzate.

Sono tre storie che impongono una riflessione che deve andare oltre l’emozione del momento.

«Sono tre vite – conclude Antonella Cortese – e ogni vita spezzata dovrebbe spingerci a fare una domanda in più: quali segnali non abbiamo visto? Quali segnali abbiamo visto ma abbiamo minimizzato? E soprattutto, cosa possiamo fare prima che sia troppo tardi?».

Sono domande difficili, ma necessarie.

Perché riconoscere i segnali significa poter intervenire.

Intervenire prima significa aumentare la possibilità di interrompere una dinamica violenta.

E la prevenzione, come sottolinea Cortese, comincia proprio dalla capacità di riconoscere la violenza prima che diventi irreversibile.


Antonella Cortese invita a riconoscere controllo, isolamento, minacce e possesso come segnali della violenza, per intervenire prima che una relazione diventi pericolosa.


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About the Author: Angelo Cannavacciuolo

Giornalista Pubblicista dal 2018 e Direttore responsabile Italia News radio tv – Testata giornalistica on line registrata presso il Tribunale di Nola, al registro stampa n. 3 del 3 dicembre 2024. Scrive per imparare, per ricordare, per esprimere, per raccontare, per informare e per sentire quel brivido di vita che solo la scrittura e poche altre cose possono dare.