Un memoir narrativo nato dai ricordi della madre e dal desiderio del figlio di ricostruire una storia familiare segnata da povertà, abbandoni e silenzi. Il libro è pubblicato da Midgard Editrice
La memoria non è soltanto ciò che ricordiamo. A volte è anche ciò che continuiamo a cercare, ciò che proviamo a ricostruire quando le persone che avrebbero potuto raccontarcelo non ci sono più.
È da questa esigenza profonda che nasce “Una fanciullezza rubata”, il libro di Giuliano Bruno, pubblicato da Midgard Editrice nel 2025 e disponibile in libreria e in formato digitale.
Al centro della narrazione c’è la storia di una donna del Sud Italia e della bambina che è stata. Una bambina cresciuta nel secondo dopoguerra tra povertà, solitudine, separazioni, abbandoni e istituti, costretta ad affrontare esperienze che avrebbero lasciato un segno indelebile sulla sua vita.
Ma il libro è anche la storia di un figlio che cerca di comprendere la madre.
Un viaggio nella memoria che diventa, pagina dopo pagina, un tentativo di avvicinarsi a ciò che per anni è rimasto nascosto dietro il silenzio.
Il libro che nasce da una storia familiare
“Una fanciullezza rubata” è un memoir narrativo.
La vicenda viene raccontata dal punto di vista del figlio, che ricostruisce la storia della madre in forma postuma e immaginata.
Non si tratta soltanto di mettere in ordine i ricordi. Giuliano Bruno cerca di dare una voce a una donna che, nella propria esistenza, ha avuto poche occasioni per raccontare ciò che aveva vissuto.
Le parole della madre, ascoltate nel corso degli anni, diventano così il punto di partenza di una narrazione più ampia.
Ricordi d’infanzia, episodi familiari e frammenti di vita vengono recuperati e trasformati in una storia capace di attraversare il tempo.
Una fanciullezza segnata dalla povertà
Il titolo del libro racchiude già una parte essenziale della vicenda.
La protagonista è una bambina alla quale le circostanze della vita sottraggono quella normalità che dovrebbe appartenere all’infanzia.
Il Sud Italia del dopoguerra diventa lo scenario di una storia fatta di difficoltà economiche, separazioni e fratture familiari.
La povertà non è soltanto una condizione materiale. Diventa una presenza che condiziona i rapporti, le scelte e il futuro.
Gli istituti, gli abbandoni e le separazioni contribuiscono a costruire un’infanzia difficile, nella quale la protagonista impara molto presto a sopravvivere.
Eppure, dentro questa storia dolorosa, emerge anche una grande capacità di resistenza.
La bambina cresce, diventa donna e continua a vivere portando dentro di sé le tracce di ciò che è accaduto.
La bambina che rimane dentro la donna
Uno degli elementi più intensi del libro è proprio il rapporto tra la bambina del passato e la donna adulta.
La fanciullezza non scompare con il passare degli anni.
Rimane nella memoria, nei comportamenti, nei silenzi e nelle ferite.
Giuliano Bruno racconta quindi una donna adulta attraverso la bambina che continua a vivere dentro di lei. È uno sguardo che non si limita agli avvenimenti, ma prova a comprenderne le conseguenze emotive.
Il passato diventa così una chiave per leggere il presente.
E la memoria del figlio diventa lo strumento attraverso il quale quella storia può essere nuovamente raccontata.
Il silenzio tra una madre e un figlio
“Una fanciullezza rubata” è anche una storia sul silenzio.
Non necessariamente un silenzio fatto di assenza di parole, ma quello che può esistere quando una persona non riesce a raccontare completamente ciò che ha vissuto.
Tra Giuliano e sua madre rimangono così domande, ricordi e parti di una storia che soltanto con il tempo acquistano un significato diverso.
Dopo la morte della madre, ciò che era stato ascoltato nel corso degli anni assume un nuovo valore.
Il figlio torna idealmente sui suoi passi.
Raccoglie i frammenti disponibili e prova a ricomporli.
La scrittura diventa allora un modo per oltrepassare quei muri che il dolore aveva costruito tra loro.
La perdita trasforma il rapporto con la parola
Giuliano Bruno ha coltivato per anni una passione per la scrittura senza trasformarla immediatamente in un’attività pubblica.
La sua vita professionale lo conduce infatti verso un altro universo: quello dell’informatica e della consulenza internazionale.
Ma le perdite familiari modificano il suo rapporto con la parola.
Prima muore il padre, poi, molti anni più tardi, la madre.
È allora che la scrittura assume un valore nuovo.
Non è più soltanto una passione rimasta in secondo piano. Diventa la necessità di conservare qualcosa che rischia di essere cancellato.
Scrivere diventa ricordare.
E ricordare diventa, per Bruno, anche un modo per continuare a dialogare con chi non può più rispondere.
“Un atto d’amore, di ascolto e di riscatto”
Giuliano Bruno definisce il proprio libro con parole che ne spiegano la genesi:
«“Una fanciullezza rubata” è un memoir narrativo che dà voce, in forma postuma e immaginata, a una donna del Sud Italia cresciuta tra povertà, silenzi e solitudine».
E il significato della scrittura viene chiarito ancora di più quando l’autore afferma di aver scritto quella storia «come un atto d’amore, di ascolto e di riscatto».
Non è quindi un’operazione esclusivamente letteraria.
È il tentativo di restituire parola e dignità a una persona che ha trascorso gran parte della propria vita imparando a sopravvivere senza riuscire davvero a raccontarsi.
Dal ricordo personale alla storia di tutti
La vicenda raccontata nel libro parte da una famiglia precisa, da una donna precisa e da un territorio preciso: il Sud Italia del dopoguerra.
Ma i temi affrontati da Giuliano Bruno vanno oltre la dimensione autobiografica.
Il rapporto tra genitori e figli, la difficoltà di comprendere le generazioni precedenti, il peso dei traumi, la perdita e la necessità di conservare la memoria appartengono a un’esperienza molto più ampia.
È questo che permette alla storia personale di trasformarsi in una narrazione universale.
Una madre e un figlio diventano il punto di partenza per interrogarsi su ciò che ereditiamo dalla nostra famiglia, anche quando non ci viene raccontato esplicitamente.
Il Salento come luogo della memoria
La storia di “Una fanciullezza rubata” affonda le proprie radici nel Salento, terra d’origine di Giuliano Bruno.
L’autore nasce a Taviano nel 1969 e, dopo gli studi universitari non completati in Lingue e Letterature Straniere, lascia l’Italia a 24 anni per trasferirsi in Germania.
Da allora trascorre oltre trent’anni fuori dal Paese.
La sua vita professionale lo porta a viaggiare in tutto il mondo e a confrontarsi con lingue e culture diverse.
Eppure il Salento rimane una presenza costante.
Nel libro diventa soprattutto luogo simbolico della memoria, spazio nel quale continuano a vivere le persone, le storie e le esperienze che hanno contribuito a costruire l’identità dell’autore.
Una storia italiana che parla al mondo
La dimensione internazionale di Giuliano Bruno emerge anche dalla scelta di tradurre personalmente il libro.
“Una fanciullezza rubata” è stato infatti tradotto in tedesco con il titolo “Der Kindheit entrissen”, in inglese come “A Childhood Left Behind” e in spagnolo come “Una infancia robada”.
Una storia nata nel Mezzogiorno italiano può così raggiungere lettori di altre lingue e culture.
Il percorso dell’autore, del resto, è profondamente internazionale.
Dopo il trasferimento in Germania, Bruno costruisce una carriera come consulente IT per una delle maggiori aziende americane, occupandosi di soluzioni tecnologiche, analisi dei dati e business intelligence nel settore dell’ospitalità.
Per oltre vent’anni viaggia tra Europa, Asia, Americhe e Medio Oriente.
Ma è proprio tornando alla memoria delle proprie origini che trova una delle storie più importanti da raccontare.
La scrittura come ponte
“Una fanciullezza rubata” può essere letto come un ponte costruito attraverso le parole.
Un ponte tra madre e figlio.
Tra passato e presente.
Tra una generazione cresciuta nel dopoguerra e quella successiva.
Tra il Salento e il resto del mondo.
E, soprattutto, tra ciò che è stato vissuto e ciò che può finalmente essere compreso.
La scrittura non cancella il dolore e non modifica gli eventi del passato. Ma può cambiare il modo in cui quei ricordi vengono guardati.
Può permettere di fare domande.
Può dare un nome alle ferite.
Può trasformare il silenzio in memoria e la memoria in una forma, seppure tardiva, di incontro.
È questo il percorso intrapreso da Giuliano Bruno: tornare alla storia della madre per provare a comprenderla, ma anche per consegnarla a chi verrà dopo.
Perché una storia familiare, quando viene raccontata, smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta.
Diventa memoria condivisa.
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Press & Promo: Filippo Broglia recmedia comunicazione e promozione filippo@broglia.biz
Un memoir nato dai ricordi della madre: Giuliano Bruno racconta una fanciullezza segnata dal dolore e trasforma la memoria familiare in una storia di riscatto.
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