Maradona e Napoli, la storia di un legame che diventa teatro: arriva “Numero 10”

Numero 10, spettacolo teatrale dedicato a Maradona in scena al Teatro Palapartenope di Napoli

Il 3 ottobre al Teatro Palapartenope la prima assoluta dello spettacolo prodotto da Coloriamo i Sogni. Carolina Fanelli porta in scena il campione argentino attraverso le sue fragilità, i suoi sogni e il rapporto con la città

C’è una Napoli che appartiene al presente e una Napoli che continua a vivere nella memoria. In mezzo a queste due dimensioni c’è ancora Diego Armando Maradona, il calciatore che per una generazione è diventato simbolo di una città e che oggi torna a essere protagonista attraverso un racconto teatrale.

Si intitola “Numero 10” lo spettacolo che debutterà in prima assoluta il 3 ottobre 2026 al Teatro Palapartenope di Napoli, prodotto da Coloriamo i Sogni e diretto da Carolina Fanelli.

Non una semplice biografia e nemmeno un racconto documentaristico. Il progetto nasce dalla volontà di osservare Maradona da una prospettiva diversa: quella dell’uomo che si nasconde dietro il campione, del ragazzo di Buenos Aires diventato una figura planetaria, ma anche dell’individuo costretto a convivere con il peso della propria immagine.

A interpretarlo sarà Erasmo Genzini, affiancato da Maurizio Casagrande, nei panni di Ottavio Bianchi, Giorgio Borghetti, che interpreta il Giornalista, e Ivan Granatino, voce del popolo attraverso il rap. La partecipazione straordinaria è di Lina Sastri, nel ruolo della madre di Diego.

Completano lo spettacolo ballerini e acrobati con le coreografie di Rimi Cerloj, mentre le musiche originali sono firmate da Phil Mer e la scena da Fabio Masetti.

Napoli come luogo della memoria

Raccontare Maradona a Napoli significa inevitabilmente confrontarsi con una memoria collettiva.

Lo spettacolo parte proprio da questa consapevolezza, ma sceglie di non fermarsi all’immagine del campione celebrato dalla folla.

La regia di Carolina Fanelli costruisce invece un percorso nel quale la città diventa uno degli elementi drammaturgici fondamentali.

Napoli entra nella storia attraverso il suo rumore, la sua energia, la sua musica e soprattutto attraverso il rapporto tra Maradona e le persone che lo hanno trasformato in un simbolo.

«Napoli è una città che fa rumore, e il rumore e l’amore sono quasi inseparabili», racconta Fanelli.

È un rapporto che nello spettacolo viene raccontato anche attraverso il linguaggio contemporaneo del rap, affidato a Ivan Granatino.

La musica diventa così uno strumento per mettere in comunicazione generazioni differenti e per raccontare un’eredità che non appartiene soltanto a chi ha vissuto gli anni di Maradona in campo.

Dalla periferia di Buenos Aires al cuore di Napoli

La storia comincia lontano dall’Italia.

“Numero 10” apre infatti dalla fine della vita del campione, attraverso la morte, i flash e la pressione dei media. Poi la voce della madre interrompe quel presente e conduce lo spettatore indietro nel tempo.

Il viaggio arriva nei sobborghi poverissimi di Buenos Aires, dove Diego cresce e scopre il proprio talento.

È il punto di partenza di una parabola che lo porterà negli stadi più importanti, fino a Napoli.

Il percorso attraversa così luoghi diversi e momenti differenti dell’esistenza del campione, utilizzando recitazione, musica, danza, acrobazia e immagini.

Ma la dimensione sportiva rimane soltanto una parte del racconto.

L’obiettivo è mostrare ciò che accade quando un uomo diventa un simbolo e quando l’affetto di milioni di persone finisce per trasformarsi anche in un’enorme responsabilità.

Lina Sastri dà voce alla madre

Nel racconto assume un’importanza particolare la figura della madre.

A interpretarla è Lina Sastri, la cui presenza porta in scena una dimensione più intima e privata.

Il suo canto diventa una sorta di filo emotivo che collega il bambino di Buenos Aires al campione conosciuto in tutto il mondo.

La madre rappresenta infatti una memoria precedente alla fama, al calcio e alla notorietà.

È la persona che vede Diego prima che diventi Maradona.

Ed è proprio questa prospettiva che permette allo spettacolo di recuperare la dimensione umana del protagonista.

L’allenatore, il giornalista, il popolo

Intorno a Diego vengono costruite figure che rappresentano alcuni degli universi con cui il campione si è confrontato durante la sua vita.

Maurizio Casagrande interpreta Ottavio Bianchi, l’Allenatore, e guarda al protagonista attraverso la prospettiva del calciatore.

Giorgio Borghetti è invece il Giornalista, figura che rappresenta il rapporto conflittuale con l’informazione e assume una funzione di antagonista all’interno del racconto.

Ivan Granatino interpreta simbolicamente la voce del popolo.

Tre punti di vista differenti che contribuiscono a costruire un Maradona non univoco, osservato da angolazioni diverse.

È proprio questa pluralità a evitare che il personaggio venga raccontato esclusivamente attraverso la dimensione sportiva.

Quando il campione cerca l’uomo

Uno dei passaggi più significativi di “Numero 10” arriva quando Maradona, schiacciato dal peso della fama, trova rifugio in una chiesa.

Qui incontra un anziano prete napoletano.

Il momento rappresenta una sospensione rispetto al rumore della fama.

Per un istante il campione non è più il numero 10, il giocatore, il personaggio inseguito dai media.

È semplicemente Diego.

Il teatro diventa così lo spazio nel quale è possibile togliere progressivamente gli strati costruiti dalla celebrità e riportare il protagonista alla sua dimensione più fragile.

L’albero dei desideri e il patto con Napoli

Tra le immagini più simboliche dello spettacolo c’è quella del grande albero di Natale sul quale i napoletani appendono i propri desideri.

Maradona legge il proprio nome accanto alle speranze della città.

È un’immagine che sintetizza il particolare rapporto costruito con Napoli: il campione comprende di essere diventato parte dei sogni di un’intera comunità.

La sua storia sportiva si intreccia così con una dimensione più ampia, fatta di appartenenza, riscatto e identificazione.

Il significato del suo rapporto con la città viene sintetizzato nell’idea di aver restituito sogni e dignità a un popolo.

È uno dei nodi centrali sui quali si sviluppa la narrazione di “Numero 10”.

La musica unisce Argentina e Napoli

La componente musicale svolge un ruolo fondamentale nel progetto.

Le musiche originali sono state composte da Phil Mer, musicista che ha collaborato con Pino Daniele, Pooh e Zucchero, e sono pensate come una vera colonna sonora dello spettacolo.

La partitura mette insieme orchestra classica ed elettronica, con un ruolo importante affidato alle percussioni, anche attraverso il campionamento di oggetti non convenzionali.

Il linguaggio musicale attraversa ritmi travolgenti, melodie cantate e suggestioni della tradizione argentina e napoletana.

Due mondi differenti che nello spettacolo si incontrano attraverso Maradona.

Quattro torri per attraversare una vita

Anche la scenografia traduce il concetto di trasformazione.

Fabio Masetti ha progettato una struttura composta da quattro torri rotanti alte sette metri e mezzo.

Non si tratta di una ricostruzione realistica degli ambienti nei quali si svolge la storia. Le torri diventano piuttosto elementi mobili attraverso i quali lo spazio cambia continuamente.

Buenos Aires, Napoli e lo stadio rappresentano altrettante dimensioni della vita del protagonista.

L’infanzia, la gloria, il giudizio pubblico e la trasformazione dell’uomo in mito vengono quindi raccontati anche attraverso il movimento della scena.

«Queste torri non sono solo scenografia: sono un rito, una rotazione, un viaggio attraverso le metamorfosi di un uomo irripetibile», spiega Carolina Fanelli.

L’estetica dello spettacolo evita inoltre un’immagine patinata del protagonista. Ruggine, polvere, cenere e colori scuri costruiscono un universo nel quale la grandezza e le contraddizioni convivono.

Marino Bartoletti e la memoria documentata

La sceneggiatura nasce anche dal lavoro di ricerca di Marino Bartoletti, che ha collaborato con Carolina Fanelli attraverso fonti, testimonianze, documenti e materiali originali.

Il suo contributo permette di inserire nella costruzione teatrale una base documentaria, senza trasformare lo spettacolo in un documentario.

Bartoletti sarà inoltre protagonista dell’ultima parte della rappresentazione.

A lui è affidato il monologo conclusivo, scritto e interpretato personalmente, che riporta il pubblico al momento della morte di Maradona.

La storia torna così al punto da cui era partita.

Ma il finale non vuole essere soltanto cronaca.

Il racconto si concentra su ciò che rimane dopo la morte: la memoria, le emozioni, i sogni e il rapporto tra un uomo e le persone che hanno riconosciuto in lui qualcosa di sé.

Il teatro per raccontare ciò che resta

“Numero 10” porta quindi Maradona sul palcoscenico attraverso un linguaggio che unisce teatro, cinema, musica, danza, rap, acrobazia e scenografia.

La scelta di Carolina Fanelli è quella di costruire un’opera nella quale il mito non viene semplicemente celebrato, ma osservato attraverso le persone e le situazioni che hanno contribuito a costruirlo.

Il titolo richiama il numero che ha accompagnato la carriera del campione.

Ma il cuore dello spettacolo è altrove.

È nel bambino di Buenos Aires, nella madre, nell’allenatore, nel giornalista, nel popolo di Napoli, nella solitudine del campione e nei desideri di una città.

È nella domanda che attraversa l’intero spettacolo: cosa rimane quando il mito lascia spazio all’uomo?

La risposta, al Teatro Palapartenope, arriverà attraverso il linguaggio della scena.

L’appuntamento è per il 3 ottobre 2026, con la prima assoluta di “Numero 10”.

Le prevendite sono aperte su TicketOne.


Maradona torna protagonista a Napoli con “Numero 10”, spettacolo teatrale che racconta il campione attraverso la memoria della città e l’uomo oltre il mito.


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About the Author: Angelo Cannavacciuolo

Giornalista Pubblicista dal 2018 e Direttore responsabile Italia News radio tv – Testata giornalistica on line registrata presso il Tribunale di Nola, al registro stampa n. 3 del 3 dicembre 2024. Scrive per imparare, per ricordare, per esprimere, per raccontare, per informare e per sentire quel brivido di vita che solo la scrittura e poche altre cose possono dare.